Anime ballerine

 

Todo el mundo está esperando mejorar su situación
Todos viven suspirando, con razón o sin razón
Todo el mundo se lamenta si en las buenas ya no están
Nadie aguanta la tormenta si la contra se le da
La vida es una milonga y hay que saberla bailar
Que en la pista está sobrando el que pierde su compás
La vida es una milonga y hay que saberla bailar
Porque es triste estar sentado, mientras bailan los demás
 

 

Questa è una canzone che ha scritto Pedro Laurenz, musicista argentino di inizio 900.

 

La cito perchè un amico di mio padre, argentino anche lui e di professione pugile lo ripeteva spesso questo ritornello, e mi è tornato utile altrettanto spesso in questi anni.

Bisogna stare attenti a quello che si canta ai bambini, si ricordano tutto, ed è curioso che di un pugile professionista, segnato dalla vita e dalla strada, io ricordi soprattutto una canzone.

La boxe vista da vicino quando hai dieci anni è molto più poetica di quello che si pensa, ma di questo vi racconterò in un altro post, oggi voglio scrivere di danza...non sono poi così distanti le due cose.

 

 

Ballare è una delle cose più naturali e belle che il corpo umano può fare.

É un gioco fatto di controllo e libertà, di equilibrio mantenuto solo grazie al giusto contrasto creato dalla lotta del corpo contro le forze della fisica.

Un’arte che forma mente e muscoli con la stessa intensità.

 

Ogni movimento di un ballerino prevede il compromesso fra le sue capacità tecniche e la fiducia nel sostegno che il compagno o la natura gli offrono.

Considerando bene la cosa non posso fare a meno di notare che lo stesso succede nella maggior parte delle relazioni e delle scelte che facciamo.

 

Siamo spesso in costante conflitto fra vecchio e nuovo, fra paura del cambiamento e bisogno di evolvere e crescere.

 

E’ comprensibile, il nuovo spaventa, specialmente se non nasce da un nostro desiderio, ma ci casca addosso come una valanga, siamo esseri abitudinari, anche i più selvatici di noi hanno bisogno di abitudini e di uno spazio che possano chiamare casa.

 

Il cambiamento spesso ci fa temere di perdere la sicurezza, così come l’incontro con chi vive diversamente da noi.

Il nodo che genera questa sofferenza sta in questo timore, e anche nel fatto che spesso leghiamo la nostra identità a ciò che abbiamo e facciamo.

 

Come ti chiami? Che lavoro fai? Dove abiti?

 

Nel nome e cognome identifichiamo le radici famigliari, nella professione compaiono status e attitudini, nel luogo che chiamiamo casa si intravede lo stile di vita, creiamo intorno alla nostra identità un recinto di certezze in cui abbiamo una zona di comfort più o meno comoda.

 

Ma la vita, che ne sa molto più di noi, ama mescolare le carte e far cadere le torri per farci tirare fuori qualcosa di più.

A questo punto ci si ritrova a dover fare una scelta intima fra la paura del nuovo e ciò che costituisce l’idea che abbiamo di noi stessi e di chi dobbiamo o possiamo essere per vivere sereni.

 

Se lo scossone è grande, o se il recinto si fa così stretto da toglierci il respiro ci tocca però guardare bene il carico che abbiamo deciso di raccogliere.

 

Ogni certezza ha un peso, è un sasso di cui decidiamo di farci carico, e il carico che scegliamo di portare per sentirci più sicuri è solo nostro.

 

E come facciamo quindi a decidere quale sasso è prezioso, e cosa è solo un peso?

 

La chiave sta nel cuore, il ritmo lo decide lui.

 

Se lo ascoltiamo davvero e iniziamo a lasciare andare quello che ci appesantisce la vita diventa musica e gioco, ci travolge in un ritmo fatto di stagioni, bellezza e immensità anche quando attraversiamo dolore o periodi bui.

Per questo mi ritrovo spesso a dipingere corpi che danzano, trovo che sia la rappresentazione più vicina all’idea che ho dell’anima umana come dovrebbe essere, cioè libera, potente, leggera.

Nuda, fatta di movimento, sensualità, luce e colore.


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